In pubblicazione il 29 SET 2019

Perché il verbo piove è sempre in terza persona singolare?

Dall’Antica Grecia


Fonte Immagine: Col. Mario Giuliacci

 

Piove, nevica, grandina. Insomma non vi sarà senz’altro sfuggito che tutti gli eventi meteorologici sono riferiti con la terza persona singolare del verbo corrispondente. Ebbene, questa consuetudine ha radici molte lontane, soprattutto nelle civiltà più antiche, come quella greca e quella romana. 

Una tradizione nata 2500 anni circa

In tali civiltà infatti tutti i fenomeni celesti venivano addebitati alla volontà di qualche divinità.  Tale legame fra fenomeno atmosferico e presenza divina è rimasto poi inalterato a livello linguistico fino ai giorni nostri: la terza persona singolare del nostro “piove” deriva appunto in origine dal latino “Zeus pluviat”. Poi  una volta perduto, per abitudine e per abbandono di tali divinità,  il soggetto, rimase il solo verbo in terza persona. Tale potere di Zeus è testimoniato comunque anche nei bassorilievi della Colonna Traiana: nelle immagini della campagna militare in Dacia compare Zeus che fa piovere dalle sue braccia aperte su tutta la terra. E del resto, sempre Giove, veniva spesso raffigurato con la classica saetta (fulmine) in mano, pronto a scagliarla giù verso la terra. 


Anche in altre lingue il tempo viene declinato in  terza persona

Tale impersonalità dei fenomeni del tempo lo troviamo anche nella altre lingue. Il nostro “piove” diviene in Inglese It rains e in tedesco Es regnet,  dove la particella impersonale neutra inglese e tedesca (it - es) indica proprio Colui che fa piovere, il Dio nascosto dietro tutto ciò che cade dal cielo.



Fonte Articolo: Col. Mario Giuliacci

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