In pubblicazione il 30 DIC 2018

Come sarà l’anno che verrà?

L’anno che si chiude sarà quello del record come emissioni di biossido di carbonio, ma non solo anche quello dell’aumento dei gas serra in atmosfera a livello planetario


Fonte Immagine: CDIAC

 

L’anno che si chiude sarà quello del record come emissioni di biossido di carbonio, ma non solo anche quello dell’aumento dei gas serra in atmosfera a livello planetario, record che se aggiunti a quello del riscaldamento globale viene visto come quello tra i più caldi in Italia dal 1800 ad oggi.

Nonostante gli sforzi dichiarati per un cambiamento radicale, nell’ultimo documento del Global Carbon Budget 2018 dove il trend 2010-2017 si era attestato attorno ad una crescita pari al 1% , dove un sostanziale stop si era registrato tra il 2014 ed il 2016, il solo 2017 con una ripresa del 1,6 %, in estrema sintesi le emissioni derivanti in gran parte dalla combustione dei combustibili fossili, dove ricordiamo i 10 maggiori Paesi per emissioni nel 2018 sono Cina, Stati Uniti, India, Russia, Giappone, Germania, Iran, Arabia Saudita, Corea del Sud e Canada.

L’Unione europea, nel suo insieme, si colloca al terzo posto, a trainare l’incremento globale delle emissioni nel 2018 è il carbone con l’utilizzo di petrolio e l’utilizzo sempre maggiore di gas proiettano le stime del 2018 a 37,1 miliardi di tonnellate di CO2 nel 2018, con un aumento pari al 2,7 %.

La notizia è un ulteriore invito all’azione per i governi alla Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (COP 24) di Katowice.

Ma il team di ricerca dicono le tendenze energetiche stanno cambiando e che ci sia ancora tempo per affrontare il cambiamento climatico, se gli sforzi per ridurre le emissioni di carbonio in rapida espansione in tutti i settori dell’economia. Tutto questo non significa che i passi verso la “decarbonizzazione” non siano stati compiuti.


Glen Peters, ricercatore presso il “CICERO” (Center for International Climate Research) di Oslo, ha studiato da vicino il quadro emissivo. “Gli impegni globali assunti a Parigi nel 2015 per ridurre le emissioni non sono ancora accompagnati da azioni proporzionate.

Anche se la Cina si riconosce come uno dei maggiori continenti come emissioni produttive con il suo 27 % del totale globale, si riconoscono ben 19 paesi dove le loro emissioni sono state più contenute ed in alcuni casi ridotte si tratta di Aruba, Barbados, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Groenlandia, Islanda, Irlanda, Malta, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia, Svizzera, Trinidad e Tobago, Regno Unito, Stati Uniti e Uzbekistan.

Ma nonostante la rapida crescita delle tecnologie a basse emissioni di carbonio, come l’energia solare ed eolica, i veicoli elettrici e le batterie, non si sta facendo abbastanza per supportare politiche che vadano a limitare la quantità di anidride carbonica immessa in atmosfera”.

Il mondo, dunque, sta venendo meno ai propri impegni scolpiti nell’accordo di Parigi nel 2015; dove ricordiamo il commento di Corinne Le Quéré, direttore del Tyndall Centre for Climate Change Research e professore di Climate Change Science and Policy presso l’University of East Anglia (UEA), è preoccupato: “Per limitare il riscaldamento globale entro l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di 1,5°C, le emissioni di CO2 dovrebbero diminuire del 50% entro il 2030 e raggiungere lo zero netto entro il 2050 circa.

Ma siamo molto lontani da questo obiettivo e occorre fare molto di più perché siamo sulla buona strada per vedere quota 3°C di riscaldamento globale”.

Roberto Nanni



Fonte Articolo: Roberto Nanni

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