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Al sud il 41% del territorio colpito. Il cambiamento climatico interagisce con il ciclo idrico. lwww.greenreport.

Interessato il 60,9% della linea costiera in Calabria, il 57,6% in Basilicata, il 55,1% in Puglia, il 54,1% in Campania e il 52,8% in Molise
 

Il Wwf fa un focus sul nostro Paese e sottolinea che «la siccità che sta attanagliando numerosi bacini idrici italiani rende necessaria e urgente una reazione operativa perché ormai i grandi cambiamenti globali scatenati dalla nostra continua pressione, non solo sono accelerati, ma sono sempre più interconnessi. È ormai evidente l’intreccio degli effetti del cambiamento climatico con quelli del fenomeno della desertificazione, rispetto ai quali è urgente un’azione coordinata. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici predisposto da numerosi autorevoli specialisti coordinati dal ministero dell’ambiente ed in via di approvazione definitiva non potrà non andare in questa direzione».

Il Panda presenta cifre preoccupanti: «Oggi circa un quinto del territorio nazionale italiano viene ritenuto a rischio desertificazione: quasi il 21% del territorio del quale almeno il 41% si trova nelle regioni dell’Italia meridionale, come Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Sardegna e Sicilia, ma sono coinvolte anche aree in altre regioni come l’Emilia-Romagna, le Marche, l’Umbria e l’Abruzzo. Secondo gli scenari del cambiamento climatico realizzati dagli specialisti per il nostro paese (in particolare il Centro euromediterraneo per i cambiamenti climatici – Cmcc), entro fine secolo le previsioni potrebbero prevedere incrementi di temperature tra i 3 e i 6 °C con conseguente estremizzazione di fenomeni meteorici e quindi anche riduzioni, in diverse aree, delle precipitazioni, soprattutto nei periodi estivi ed è evidente che le problematiche climatiche e quelle relative alla desertificazione saranno sempre di più intrecciate. Si sta già verificando un incremento della temperatura senza precedenti con un calo delle precipitazioni annuali, con estati più secche, ed inverni più umidi, in particolare, nelle regioni settentrionali. Su un territorio complesso e fragile come quello italiano, questi fenomeni portano ad una sostanziale variazione della frequenza e delle entità di frane, alluvioni e magre dei fiumi, con effetti importanti per l’assetto territoriale e i regimi idrici».

Secondo i dati disponibili più recenti «in Italia, abbiamo una quantità di risorse idriche rinnovabili corrispondente a circa 116 miliardi di metri cubi mentre i volumi di acqua effettivamente utilizzabili sono stimati attorno ai 52 miliardi di metri cubi. Complessivamente utilizziamo oltre il 30% delle risorse rinnovabili d’acqua disponibili nel nostro paese che sono ben superiori alla soglia del 20% indicata dall’obiettivo europeo (Europa efficiente nell’impiego delle risorse): per questo, l’Italia è indicato dall’OCSE come paese soggetto a stress idrico medio-alto che, inoltre, presenta una forte disomogeneità rispetto alla distribuzione delle risorse idriche e al loro fabbisogno».

Dai dati Istat sulle diverse tipologie di utilizzo della risorsa idrica, risulta che «il prelievo dell’acqua potabile è in aumento (del 6,6% rispetto all’inizio della serie storica di 13 anni) e ammonta a 9,5 miliardi di metri cubi (il consumo medio giornaliero per abitante giunge a 228 litri)».

Il cambiamento climatico interagisce con il ciclo idrico tramite diversi elementi che costituiscono dei forzanti provocati dall’incremento delle temperature come, ad esempio, l’umidità atmosferica, l’evapotraspirazione, la quantità, la distribuzione e la forma delle precipitazioni e la fusione dei ghiacciai. Oggi l’estensione dei ghiacciai in Italia, come risulta dai dati del Comitato Glaciologico Nazionale, copre una superficie di 368 kmq e, rispetto alle rilevazioni condotte nel periodo 1959-1962 tale superficie risulta ridotta del 30% (159 kmq).

Il Wwf evidenzia che «i cambiamenti climatici agiscono in maniera significativa come aggravanti delle vulnerabilità dei settori che esigono l’utilizzo dell’acqua, dalla disponibilità di acqua potabile, all’agricoltura e al settore energetico. Gli impatti del cambiamento climatico sono sempre più forti sia sugli ecosistemi ed i processi ecologici, sia sui singoli organismi, sulla struttura e dinamica delle popolazioni, sulla distribuzione e migrazione delle specie, sulla produttività degli ecosistemi, costituendo una crescente minaccia per la biodiversità del nostro paese. L’Italia sta quindi subendo impatti crescenti dovuti all’accelerazione dei cambiamenti climatici globali che avranno conseguenze sempre più negative sugli ecosistemi, sulla nostra società ed economia, rispetto ai quali non solo è necessario ma urgente intervenire».

E la siccità sta da tempo colpendo anche le Oasi del Wwf: «I livelli delle acque delle aree umide stanno calando e ci sono aree già secche – conclude l’associazione ambientalista – Le falde si sono abbassate in più luoghi. La vegetazione di alcune aree gestite dal Wwf è già in stress idrico avanzato. Si stanno comunque monitorando le condizioni per prevenire incendi o danni alla fauna».

La Campania è con Calabria, Basilicata, Puglia e Molise la regione rossa per alta percentuale di coste in erosione. In Campania il 54,1% di coste è interessato da processi di erosione costiera. La Calabria ha una percentuale altissima con il 60,9% di coste (278 km) interessato da erosione costiera, mentre Basilicata, Puglia e Molise, hanno rispettivamente il 57,6%, il 55,1% ed il 52,8% delle coste interessate da fenomeni di erosione costiera.

L’erosione delle coste è un problema grave che interessa soprattutto le regioni del sud Italia – ha proseguito la Pennetta – basti pensare che tale processo interessa circa 782 km di coste meridionali. Al Nord, la regione maggiormente interessata dai processi di erosione costiera sono le Marche con il 48 per cento, l’Emilia Romagna con il 31,4%, il Veneto con il 37,3 per cento, la Toscana con il 39,3% , la Liguria con  il 16,7%  e la Sardegna con il 14,5%.

Gli studi sulla fascia costiera hanno consentito di individuare preesistenze storiche ed archeologiche di epoca romana; sono stati individuati nel casertano incredibili tesori e preesistenze di epoca romana e greco-romana I geomorfologi hanno individuato e studiato lungo le coste del Tirreno centro-meridonale,  dalla Toscana alla Calabria, ma anche in Puglia, Sicilia e Sardegna, straordinari siti di fondamentale importanza.

I ritrovamenti più eclatanti li stiamo avendo nel casertano, in Campania; siamo convinti che non tutto sia stato portato alla luce. Studiando la geomorfologia delle coste abbiamo individuato e studiato  il sito romano sottomarino di Sinuessa, un approdo risalente all’epoca romana trovato sott’acqua, alla profondità di 8 m, tra Mondragone e Sessa Aurunca. Grazie agli studi della morfologia e della sedimentazione marina siamo riusciti anche a ricostruirne la storia sismica e vulcanica dell’area.  Alla profondità di 7,0 m e alla distanza dalla costa di circa 650 m è stato rilevato un banco roccioso di natura ignimbritica, messo in posto 39.000 anni dal presente, in un periodo in cui l’attuale area marina era emersa. Verso il margine settentrionale del banco, è stata rilevata un’area depressa, profonda circa 3 m, caratterizzata dalla presenza di 24 elementi di forma cubica, di 3 m x 3 m di lato, in conglomerato cementizio (opus cementicium). Il loro impiego era largamente diffuso sulle coste flegree per la costruzione di moli, di banchine e per attività connesse alla portualità.

La presenza di paleospiagge e di morfologie accessorie alla stessa profondità della sommità pianeggiante del banco tufaceo induce a ritenere che questo fosse emerso e frequentato dall’uomo in epoca romana anche per attività connesse alla portualità. Gli studi svolti hanno contribuito alla comprensione delle possibili cause della sommersione dell’approdo di Sinuessa, valutando l’ampiezza della variazione relativa del livello del mare pari a circa 1 m e a cause tettoniche e di subsidenza pari complessivamente a circa 6,5/7 m. Il rilevamento di manufatti sommersi, attestati sul banco tufaceo poi subsidente, risalenti all’epoca romana, consente di collocare la linea di riva di epoca romana (circa 2000 anni dal presente) a circa 1 km verso il largo. È stata individuata anche una linea di riva più antica, verosimilmente ascrivibile al periodo greco-romano, ad una distanza dalla costa attuale pari a circa 1300 m. Infine, i dati ricavati dall’analisi dei sedimenti di fondo marino inducono a ritenere che molto verosimilmente sotto a questa coltre di sedimenti marini si nascondano altri reperti e siti di epoca romana

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