In pubblicazione il 6 MAG 2016

40 anni fa il disastroso terremoto che sconvolse il Friuli: 989 morti

E dopo una ricostruzione da record


Fonte Immagine: web

 


989 vittime, 45 mila persone senza tetto, 100 mila sfollati. Questi i numeri della drammatica serata di quel 6 maggio 1976. Alle 20,59 la prima scossa, la più leggera, anticipò quella delle 21,02 devastante e lunghissima, 6,4° della scala Mercalli con un boato assordante. La spaventosa creatura chiamata Orcolat, dagli anziani, si è risvegliata ( il terremoto) dopo il 1924. IL tempo si fermo', interi paesi sprofondarono in un surreale silenzio, altri in urla disperate. Tutta la popolazione si riverso' in strada. Non ovunque perchè a Gemona del Friuli, Buja, Venzone, Maiano, Trasaghis, San Daniele tantissime persone erano sotto le macerie. Altre scosse si verificarono in serata ma i soccorsi iniziarono subito ad operare anche se tra mille difficoltà viste le numerose frane che interrompevano numerose strade. Gemona la città più colpita: la stazione ferroviaria è un cumulo di macerie, la caserma "Goi" ha inghiottito gli alpini della "Julia" sepolti dal crollo di tre palazzine adibite a camerate. Il bilancio è gravissimo: muoiono 28 militari. A Maiano si sbriciolano due nuovissimi condomini che ospitavano trenta famiglie. Quando arrivano i primi soccorsi, gli unici superstiti sono tre bambini. Dopo 5 giorni ancora si riuscirono a trarre vivi dalle macerie gli ultimi superstiti. Da subito si penso' alla ricostruzione, una strana ricostruzione. Infatti i sindaci non volevano abbandonare i paesi e ricostruire altrove, ma sempre li. Dov’era, com’era. A costo di espropriare tutte le case del centro storico per poterlo dichiarare opera pubblica e ricostruirlo pezzo per pezzo, numerando ogni pietra e rimettendola al suo posto. “L’idea condivisa, da subito, fu che il cittadino aprendo la finestra avrebbe dovuto vedere lo stesso scorcio di montagne, lo stesso panorama che vedeva prima”, ricorda Giuseppe Zamberletti. “Nelson Rockefeller, il vicepresidente degli Stati Uniti, venne in visita a metà maggio. Era stupito, mi disse: “Davvero volete ricostruire lì sul cocuzzolo, sulla dorsale della montagna? Perché non portate tutti giù a Palmanova e fate delle belle strade larghe e dritte…?”. Zamberletti, oggi cittadino onorario del Friuli, fu nominato commissario straordinario per il coordinamento dei soccorsi il 7 maggio, “all’ora di colazione”. Il presidente del Consiglio Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga, di cui era sottosegretario, lo chiamarono a Udine dopo aver visto quel poco che restava tra Gemona, Venzone, Buja e Majano, il quadrilatero in cui si concentrò la maggior parte dei 989 morti. Le nuove forti scosse di settembre completarono poi la distruzione e soprattutto annullò tutto il lavoro di recupero che era stato fatto durante i mesi estivi. “Per ricostruire tolsi le case ai friulani: era l’unico modo” – Potere ai sindaci, dunque. E responsabilità. Furono loro a dover prendere le decisioni più difficili. “Venzone era monumento nazionale”, ricorda Antonio Sacchetto, all’epoca 36enne e primo di cittadino da nemmeno un anno. “Per ricostruirla com’era e dov’era, velocemente e in modo efficiente, non si poteva aspettare che i proprietari dei palazzi si mettessero d’accordo. Ne parlai con Egidio Ariosto, il ministro dei Beni culturali, e lui mi disse: “Possiamo rifarla, a condizione che diventi opera pubblica. Tutto il centro storico, comprese le case, deve diventare del Comune”. Non c’era altro modo, era l’unica strada. Così mi presi quella responsabilità: espropriare la casa a chi magari era andato a lavorare all’estero per costruirsela. Togliere la casa ai friulani…”. Nel settembre 1976, in vista dell’inverno, oltre 30mila persone furono trasferite sulla costa, da Grado a Venezia passando per Lignano, Bibione e Jesolo. Altri andarono a Ravascletto, nell’Alta Carnia. “Requisimmo fino al marzo dell’anno dopo tutte le case di villeggiatura, riconoscendo ai proprietari un affitto deciso dall’ufficio erariale”, spiega Zamberletti. “Negli appartamenti sistemammo le famiglie, distribuendole in dipartimenti in modo da tenere vicini gli abitanti dello stesso Comune e le scolaresche. Gli anziani non autosufficienti furono invece ospitati negli alberghi, che ricevevano una retta a persona”. Ci fu poi chi non chiese aiuto e preferì pagare di tasca sua. Ma serviva una soluzione anche per gli agricoltori e allevatori, i tecnici e tutte le 15mila persone che per lavoro non potevano spostarsi dalle zone terremotate. “Pensai alle roulotte. Ma il ministro delle Finanze mi aveva chiesto di cercare di ridurre le spese e in fondo sarebbero state usate solo per qualche mese. Allora chiesi ai prefetti di tutta Italia di requisire tutte le roulotte non utilizzate. Ne arrivarono in Friuli più di 5mila, in colonne guidate dai presidenti delle Regioni. Fui sommerso dalle critiche, avevo contro tutti. Ma a marzo, quando le radunammo a Campoformido per restituirle, i proprietari le trovarono in perfette condizioni. E in ognuna i terremotati avevano lasciato un mazzo di fiori“. In basso il paese distrutto di Trasaghis, le palazzine della caserma "Goi" della Brigata "Julia" a Gemona dove 28 alpini persero la vita nel crollo e oggi Gemona


Fonte Articolo: Andrea Raggini

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