In pubblicazione il 1 MAG 2016

La difficile ripartenza del Nepal tra terremoto e valanghe

Ad un anno dal violentissimo sisma


Fonte Immagine: Col. Mario Giuliacci

 


Il 25 aprile 2015, un terremoto di Magnitutdo 7.8 colpì il cuore himalaiano del Nepal, provocando 9mila vittime e una devastazione profonda di territori e montagne - a cominciare dallo stesso Everest, colpito un anno prima da una frana colossale - già fortemente provati dalle modificazioni in atto a causa del riscaldamento globale. A un anno dalla crisi, e dopo un lungo periodo di black out quasi totale, i turisti, con la primavera che è una delle stagioni migliori per visitare l'area, tornano a farsi vedere. Ma la ripresa è lenta e diseguale tra aree di grido come quella che fa capo al tetto del mondo ed altre "storiche", come il parco nazionale di Lantang, che pure è il più vecchio del Paese, dove ancora la strada da percorrere è lunga. Con inevitabili ripercussioni sull'economia di un Paese dove il turismo dà lavoro direttamente a mezzo milione di persone (su una popolazione di 28 milioni) e genera - indotto incluso - il 10 per cento del Pil totale. Nei giorni del triste anniversario i numerosi reportage internazionali hanno evidenziato questo divario. Da un lato, i primi grandi trekking organizzati sul percorso che porta al campo base dell'Everest (sulla cui vetta non è salito nessuno per tutto il 2015, dopo il terremoto, mentre la richiesta di permessi per l'ascesa, nel 2016, si è ridotta a 289 contro 357 dell'anno precedente); dall'altro, appunto, la buona parte del Paese, dove ancora si ricostruisce, con le inevitabili difficoltà dovute alla logistica e all'altura. Nell'area di Langtang, per esempio, il sisma provocò la frattura di un ghiacciaio che sovrasta il villaggio, con conseguente valanga: morirono 283 locali e 43 turisti. Ad oggi, la popolazione locale, allora evacuata, è da poco tornata a casa. Ma frustrata da una promessa non ancora mantenuta dal governo centrale di una sovvenzione di 2mila dollari a persona per la ricostruzione, ha cominciato ad agire in proprio, istituendo un comitato per la ricostruzione, che è finora riuscito a raccogliere poco meno di 70 mila euro. Una somma di molto inferiore al necessario, che i locali si sforzano di integrare letteralmente costruendo in proprio, con annesso trasporto di materie prime pesanti. I fotoreportage mostrano le prime guest-house e tea-house riaperte, le tratte di sentiero ripristinate dagli abitanti, cosapevoli, quasi rassegnati di avere davanti a sé un futuro più che incerto Ma nemmeno sul tetto del mondo l'atmosfera che si respira è serena. I due disastri hanno spinto molti degli operatori specializzati che organizzano trekking e scalate a riconsiderare un'offerta che tra l'altro costa al clienti 50 mila dollari solo per la richiesta del permesso di arrampicare. "E un luogo bellissimo e terrificante - spiega Adrian Ballinger - titolare di una compagnia specializzata, che sta guidando un piccolo gruppo all'ascesa dell'Everest, ma dal lato tibetano-cinese, che considera più sicuro. - "Un inverno breve e il riscaldamento globale hanno reso la seraccata più pericolosa che mai". Non è dello stesso avviso Ang Tshering Sherpa, il presidente della Nepal Mountaineering Association, che assicura che un team specializzato, gli Icefall Doctors, hanno reso sicuro il percorso. "Le condizioni del ghiacciaio sono ora esattamente com'erano prima del terremoto". LaRepubblica


Fonte Articolo: Andrea Raggini

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