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Oltre ad indagini storiche su eventi meteorologici e geologici, il Politecnico di Torino è convinto che a imprimere l’immagine sia stato il terremoto» tratto da www.lastampa.it

Gesù di Nazareth è morto sulla croce venerdì 3 del mese di aprile dell’anno 33 d.C. Questo almeno è la data più probabile che emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista International Geology Review e basata sull’attività sismica nell’area del Mar Morto, a circa venti chilometri ad est di Gerusalemme.

Come scrive Jennifer Viegas,  il Vangelo di San Matteo menziona infatti che vi fu un terremoto nel momento in cui Gesù morì sulla croce.

“E Gesù, emesso un alto grido, spirò. Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono”, tramanda l’evangelista (27,50-52).

Per analizzare l’attività sismica nell’area, i geologi Jefferson Williams, di Supersonic Geophysical, e Markus Schwab e Achim Brauer del Centro tedesco di ricerca per le Geoscienze hanno esaminato tre “carote” di sedimento prelevate dalla spiaggia di Ein Gedi, ad sud-est di Gerusalemme, sul Mar Morto.

Dall’analisi degli strati di sedimento risulta che almeno due scosse importanti hanno colpito la zona in quell’epoca della storia. La prima, quella più forte, sarebbe avvenuta nell’anno 31 a.C., mentre la seconda è da collocare nel periodo che va dal 26 al 36 d.C.

Secondo Williams, il secondo sisma è avvenuto proprio “negli anni in cui Ponzio Pilato era procuratore della Giudea e in cui è circoscritto storicamente il terremoto del Vangelo di Matteo”.

Williams e la sua équipe ritengono che l’attività tellurica associata alla crocifissione di Gesù può riferirsi ad “un terremoto che è avvenuto un po’ prima o dopo la crocifissione ed è quello a cui fa riferimento l’autore del Vangelo di Matteo, e un terremoto locale tra il 26 e il 36 d.C. che fu abbastanza potente da deformare i sedimenti di Ein Gedi ma non sufficientemente potente da produrre una memoria storica ancora esistente ed extrabiblica”.

Williams sta esaminando ancora un altro possibile evento naturale associato alla crocifissione di Gesù, cioè il buio.

Infatti, tutti e tre i Vangeli sinottici, vale a dire Matteo (27,45), Marco (15,33) e Luca (23,44), raccontano il buio calato dopo la crocifissione, da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio.

Secondo Williams, questo buio potrebbe essere stato provocato da una tempesta di sabbia, che a sua volta potrebbe aver lasciato tracce o depositi nei sedimenti rocciosi della zona.

Il potente terremoto che ha scosso Gerusalemme nel 33 d.C. sarebbe stato la causa delle emissioni di energia che avrebbero impresso l’immagine di Gesù Cristo sulla Sacra Sindone. È la tesi dell’ultimo studio del Politecnico di Torino, pubblicato sulla rivista “Meccanica”, che getta nuova luce sull’origine della più importante reliquia della cristianità, da sempre al centro di un dibattito infinito tra i fedeli e chi ritiene che la datazione del sudario sia decisamente più recente.

Secondo il gruppo di ricercatori guidato da Alberto Carpinteri, le onde di pressione ad alta frequenza, generate nella crosta terrestre durante il sisma di magnitudo 8.2 della scala Richter, sarebbero state abbastanza forti da liberare le particelle di neutroni dal pietrisco. Questi, reagendo con i nuclei di azoto nelle fibre di lino, avrebbero poi impresso l’immagine del corpo sul telo. Una combinazione inaspettata, che avrebbe anche aumentato il livello di radiocarbonio nel tessuto, confondendo successivamente il test condotto nel 1988 dall’Università di Oxford che fissò a 728 anni l’età della Sindone.

Il fenomeno, simulato in laboratorio, porterebbe nuovi, importanti elementi. Non è la prima volta che studiosi suggeriscono un’origine molto più antica per il sacro lenzuolo e puntano il dito contro una datazione errata proprio a causa di un’imprevista emissione di neutroni, che sarebbero poi andati a formare nuovi isotopi. La serie di scosse che in quegli anni avrebbero devastato la regione sarebbe, inoltre, documentata da almeno tre opere letterarie, andando così a sostenere le ipotesi degli scienziati torinesi.

I pareri rimangono, tuttavia, controversi. “Chi ha datato con il radiocarbonio i materiali di quell’epoca – ha spiegato a LiveScience Gordon Cook, professore di geochimica ambientale all’Università di Glasgow – non ha mai riscontrato nulla di simile”. In questa direzione vanno anche le analisi condotte in altre aree sismicamente attive come il Giappone, dove il metodo non si è mai rivelato tanto impreciso. Meno di un anno fa, poi, un gruppo di ricerca dell’Università di Padova ha ancora spostato la data del telo a un periodo compreso tra il 300 e il 400 d.C., centinaia di anni dopo la morte di Gesù 

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www.lastampa.it ma da noi ripreso da www.blueplanetheart.it/