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Col. Mario Giuliacci
Nei suoi viaggi oltreoceano fu il primo navigatore europeo a confrontarsi con queste violentissime tempeste

Ben prima che Colombo salpasse alla volta delle Americhe nella speranza di trovare una nuova via per l’Oriente, uragani e tempeste tropicali già spazzavano le isole, le baie e le coste di quel continente lontano. I geologi che hanno studiato i sedimenti accumulati nei fondali lungo i litorali della Florida e di altre regioni affacciate sul Golfo del Messico hanno difatti trovato tracce evidenti di grandi episodi di storm surge (l’anomalo innalzamento del livello del mare che spesso accompagna l’arrivo di un uragano) e inondazioni dovute a piogge torrenziali che risalgono a tempi molto lontani, indietro anche di migliaia di anni.

Le civiltà precolombiane dovettero quindi per forza di cose abituarsi a fare i conti con la potenza distruttiva di queste tempeste, molto tempo prima che i conquistatori spagnoli mettessero piede sul suolo americano. Poi, alla fine del XV secolo, assieme al Nuovo Mondo gli europei scoprirono anche l’incredibile potenza distruttiva degli uragani.

Le tracce più antiche dell’incontro dei colonizzatori provenienti dall’Europa con un uragano si trovano in una lettera del 1494 scritta da Cristoforo Colombo alla principessa Isabella di Spagna. Nel suo primo viaggio verso le Americhe, durante l’autunno del 1492, l’esploratore genovese difatti fu piuttosto fortunato e non trovò nessun ciclone tropicale a incrociare la sua strada.

Durante la seconda spedizione invece la sorte gli fu meno benevola, e il 16 luglio 1494 per la prima volta nella Storia un equipaggio europeo si trovò a faccia a faccia con il nero muro di nubi di un uragano. Ma ecco come Colombo descrisse, nella sua lettera alla principessa Isabella, la terribile tempesta: “Mai prima occhi avevano visto mari così grossi, arrabbiati e coperti di schiuma. Fummo costretti a rimanere al largo, in questo mare assetato di sangue, che ribolliva come una pentola posta su un fuoco assai caldo. Mai prima il cielo mi era parso più terrificante, e per un giorno e una notte interi si mostrò fiammeggiante come in una fornace. I lampi si susseguivano con tale furia e in modo così spaventoso che noi tutti pensammo che le navi sarebbero esplose. E durante tutto questo tempo l’acqua non cessò mai di cadere dal cielo”.

Tuttavia, in quel primo incontro con un uragano, Colombo riuscì a portare in salvo tutte le sue caravelle, un’impresa fortunata che invece non gli riuscì l’anno successivo. Nel giugno del 1495 la flotta dell’esploratore genovese difatti fu sorpresa da un altro uragano mentre si trovava ancorata di fronte a Isabella, l’insediamento spagnolo su Ispaniola (l’isola oggi divisa fra Haiti e Repubblica Dominicana): con il crescere della marea e il montare di onde colossali che accompagnavano la tempesta due delle navi che prendevano parte alla spedizione colarono a picco e solo la Niña, la nave ammiraglia, riuscì a trarsi in salvo.

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Col. Mario Giuliacci